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Provate a fare senza

Basta un numero: 70%.

Nelle strutture residenziali per anziani, sette posti letto su dieci sono gestiti dal Terzo settore: se per le famiglie già oggi gestire la non autosufficienza legata all’invecchiamento è complesso, senza il Terzo settore sarebbe semplicemente una catastrofe.

«Accanto alle Rsa ci sono l’assistenza domiciliare, forme di residenzialità leggera, modalità di telemonitoraggio per verificare da remoto non solo se una persona cade ma anche se e quanto beve o scalda del cibo», spiega Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia. «In tutti questi ambiti il Terzo settore è protagonista».

A livello nazionale, con oltre mille enti aderenti, Uneba è la più grande organizzazione di categoria del settore.

La Fondazione Restelli di Rho è una delle associate.

È la struttura che Anna Giuseppina Boccardi ha scelto prima per la madre e poi per il padre, Giorgio, che oggi ha 95 anni. «Nel 2021 si è rotto una gamba, è stato operato e dopo una settimana lo volevano dimettere. Fino a quel momento era bastata una badante per 6 ore al giorno. Ho pensato di attrezzare la casa in tempi record, mi sono informata con l’agenzia… ma di badanti ne sarebbero servite due. Senza contare tutte le difficoltà che ci sono con i medici di base, ormai introvabili», racconta. «Non mi sarei sentita tranquilla. Gli operatori della Fondazione Restelli sono i nostri angeli custodi». Enrico invece ha soli 50 anni. Da otto mesi — quando le sue condizioni sono diventate tali che si poteva toglierlo dal suo contesto senza che lui provasse nostalgia — è ospite del Cra Guicciardini di Modena, gestito dalla cooperativa sociale Gulliver. Ha tre figli, di cui il più piccolo appena undicenne. Dodici anni fa gli è stata diagnosticata una malattia neurodegenerativa: finora a prendersi cura di lui sono stati la moglie, Veronica Gabrielli, che ha continuato anche a lavorare, e i due figli più grandi. «È stata una decisione sofferta ma consapevole: a un certo punto la complessità è diventata tale da non poter essere più gestita da noi», racconta Veronica. «Non parlo solo degli impegni di cura, ma anche del fatto che per quanto ci sforzassimo di adattare le routine per coinvolgere Enrico, era sempre più difficile trovare un compromesso: il rischio era che lui si sentisse chiamato costantemente a superare i propri limiti per stare al passo o che si ritrovasse isolato dentro la sua stessa casa, con due “microcosmi” in famiglia. Oggi lui ha un mondo “su misura” nei tempi, negli stimoli, negli spazi: siamo noi che ci adattiamo al suo mondo, quando entriamo. Così noi possiamo dedicarci solo ad avere una buona relazione con lui». (S.D.C.)

Un’auto performante ferma a un semaforo rosso. È l’immagine per descrivere un mondo senza innovazione sociale. Tra i semafori verdi attivi in Italia, per stare alla metafora, ne citiamo due, che sono esempio della capacità del Terzo settore di contaminare il mondo della ricerca e del profit, per generare impatto positivo.Appartiene all’orbita di Torino Social Impact, l’ecosistema per l’imprenditorialità e gli investimenti a impatto sociale, la vetrina del volontariato di Vol.To.: senza questo spazio digitale, che connette aspiranti volontari e associazioni in cerca di nuove leve, la Città metropolitana di Torino avrebbe 1.200 volontari in meno in una fascia d’età cruciale (19-29 anni). A Milano, alle Residenze del Sole, senza la sinergia tra Fondazione Triulza e il Politecnico gli anziani affetti da lieve e media demenza dovrebbero rinunciare al prototipo Invenzio, che con l’ausilio del riconoscimento facciale e dell’intelligenza artificiale stimola la memoria, aumenta la fruizione e l’interazione sensoriale. Per Chiara Pennasi, direttore di Fondazione Triulza, «tra tecnologie innovative e sociale rimarrebbe una grande distanza se non ci fosse il Terzo settore a costruire un ponte». (D.C.)